Il Genoa vince facendo ciò che avrebbe dovuto fare il Lecce. Assenze, piano tattico e approccio alla gara: tre temi che, alla luce delle tre sconfitte consecutive (con 9 gol subiti e 2 fatti), andavano necessariamente approfonditi.
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con gli highlights di Lecce-Genoa 1-2
Migliori e Peggiori per la Stampa locale e nazionale
MALEH 6,4. Senza Coulibaly, Ilic e Berisha è lui che deve tirare la carretta in termini di tasso tecnico ed esperienza del centrocampo. Ci prova eccome, nei limiti delle sue possibilità: le rincorse generose sono tantissime, almeno quante gli appoggi sbagliati. Di Francesco chiede a lui come agli altri mediani compiti di regia che non sono minimamente nelle loro corde, spianando di fatto la strada al piano partita del Genoa. Suona la carica per una rimonta che la mano di Stulic (attaccata al corpo, ma pur sempre mano) e un rigore/punizione (neppure messo negli highlights per chiarirlo) incredibilmente negati dall’arbitro non aiutano a completare.
GALLO 6,2. Duecento partite in giallorosso e un bolide da fuori che avrebbe meritato ben altra sorte. Ciononostante, c’è ancora qualcuno (sempre meno, dai) che riesce a beccarlo dalle tribune alla minima esitazione, ignorando che per ogni errore ci sono il triplo delle sgroppate, dei recuperi, degli uno contro uno difensivi vinti, delle sovrapposizioni e delle proposizioni offensive, comprensive di cross che, comprensibilmente, risentono del chilometraggio accumulato. Probabilmente sono gli stessi che criticavano Krstović e probabilmente saranno gli stessi che, speriamo il più tardi possibile, saranno le vedove pure di Gallo.
DEMBELE 5,8. Un cambio ovvio e obbligato che però, complici gli infortuni di Gorter e Monteiro, arriva almeno dieci minuti dopo il necessario per poterlo inserire nell’ultima tripla slot disponibile. Di Francesco lo piazza dietro sulla destra, avanzando Veiga: vista la necessità di recuperare il risultato e di trovare freschezza davanti, si poteva anche azzardare il contrario. Non essendo mai stato chiamato in causa finora, il ragazzo appare comprensibilmente spaesato e costretto a limitarsi al compitino per timore di sbagliare. Un peccato, perché mettendolo più vicino alla porta si sarebbe potuto sfruttare l’entusiasmo del giovane subentrante anziché caricarlo della paura di bruciarsi.

DI FRANCESCO 5,28. Tre temi: assenze, piano partita, approccio. Al Lecce manca tutto il centrocampo titolare – Coulibaly, Ilic, Berisha – più Geubbels, Pierotti e Gaspar, con Fatah, Tiago Gabriel e N’dri solo parzialmente recuperati, ora anche Gorter e Monteiro. Sei o sette giocatori che sull’undici finale pesano come macigni in termini di confidenza, intesa, esperienza. Alzi la mano chi può dirsi fermamente convinto che avremmo ugualmente perso le ultime partite con Juve, Frosinone e Genoa con l’intera rosa a disposizione: chi scrive non se la sente. Le assenze, quando sono così tante e così pesanti, non sono un alibi: sono un dato di fatto. Certo, capitano a tutti, ma non in modo così numeroso e improvviso. Proviamo a immaginare: che cosa farebbe il Frosinone senza Raimondo, Kvernadze, Schimd, Ghedjemis, Calò e Monterisi? Perché di questo stiamo parlando. Quando succede a Napoli, Juve o Milan, si sprecano le colonne d’inchiostro per specificare in quale misura le caratteristiche degli assenti abbiano inciso sullo schieramento e sulla prestazione finale; ci sembra dunque doveroso investirne un po’ anche noi, che di certo non godiamo della profondità di organico dei club citati.
E qui si arriva al secondo punto, il piano partita. Lo staff tecnico non è a conoscenza di questi forfait da due o tre giorni; sono assenze che si trascinano ormai da settimane. Qual è stato l’accorgimento tattico per fronteggiarle e compensare la diversità di caratteristiche dei calciatori rimasti? Nessuno. A Maleh, Ngom e Gorter (o Kaba) vengono richieste le stesse identiche cose che si chiederebbero a Coulibaly, Ilić o Berisha, ovvero regia e palleggio che non sono minimamente nelle loro corde. Si era visto nelle gare precedenti, ma è stato lampante contro il Genoa, dove la palla sembrava una patata bollente che, dopo aver girato a vuoto tra i piedi dei tre mediani, finiva sistematicamente in quelli dei centrali. Di fronte al pressing rossoblù, l’unica opzione era la spazzata (malamente eseguita), mentre i tre davanti accorciavano il campo anziché allungarlo, aspettandosi magicamente verticalizzazioni o giocate palla a terra che non sarebbero mai arrivate. Ma se sappiamo di avere a disposizione solo centrocampisti di corsa e riconquista, che senso ha impostare la partita (o le partite) così? Perché non adeguare la squadra e il piano tattico al materiale disponibile? Ci deve essere per forza un compromesso tra lo snaturarsi e l’adattarsi, ma Di Francesco e i suoi sembrano non averlo trovato. Sarebbe stato così blasfemo partire con Gandelman (uno dei meno peggio a Frosinone) titolare a fare da spalla a Štulic e al tempo stesso da mezzala offensiva in un 4-2-3-1 capace di trasformarsi in 4-4-2, consentendo semplicemente una riconquista alta orientata sui centimetri dei vari Štulic, Gandelman e Monteiro? Quando la qualità tecnica non è eccelsa (e già coi titolari…), è impossibile pretendere di impostare palla al piede dalla propria trequarti o coi terzini, arrivando facilmente in porta contro squadre come il Genoa, che hanno capito perfettamente come fare punti nei momenti difficili: pressare alto con almeno quattro uomini, costringendo all’errore in uscita o al rilancio disperato. Dopo averlo fatto con Venezia e Juve, i grifoni lo hanno replicato a Lecce, trovando due gol frutto di altrettante riconquiste sulla trequarti, con meno campo da affrontare verso la porta e quindi più lucidità nelle scelte finali (per parafrasare le stesse parole del mister giallorosso).
E si arriva, infine, all’approccio. Dopo aver perso malamente contro una Juventus in crisi totale e averne prese cinque a Frosinone senza fiatare, non diciamo che in campo dovessero scendere undici criminali, ma di certo nemmeno undici chierichetti alla prima comunione. A maggior ragione sapendo che le risorse dalla panchina e le relative energie saranno limitate, non si può approcciare così molli, pensando forse che basti il fattore campo a infondere un vantaggio mentale. È mancata proprio l’incazzatura di base, quella precondizione minima che in casa ti fa mettere subito le cose in chiaro e che poi ti permette di gestire e ripartire. Esattamente ciò che ha fatto il Genoa di De Rossi, impartendo una severa lezione a Di Francesco. Il timore è che Udinese-Lecce ricordi fin troppo Bologna-Lecce di quindici anni fa: due partite splendide che però devono avere finali diversi, visto che quello 0-2 griffato Giacomazzi e Grossmüller segnò di fatto il de profundis per il mister, che godette di credito fin troppo illimitato sancendo poi la retrocessione per un cambio in panchina con Cosmi arrivato tardivamente. Vogliamo modificare il corso di questo destino o ripeterlo? Delle due strade l’una: o DiFra impara la lezione e corregge subito il tiro, o dovrà essere la società a farlo.
VEIGA 5,2. È uno di quelli che patisce maggiormente l’assetto proposto. La catena di destra con N’dri è totalmente squilibrata e il portoghese è costretto a scendere più del dovuto per accorciare i reparti, finendo per lasciare scoperta una porzione di campo enorme. Così, quando il Lecce perde palla in mezzo ostinandosi in un palleggio orizzontale fuori luogo, Messias si ritrova davanti a praterie insperate: si poteva anche correre meglio all’indietro — come predicato da Di Francesco —, ma il problema andava tappato a monte, magari piazzando due mediani a fare da frangiflutti sulle ripartenze genoane, pronti al raddoppio e alla scalata nel momento in cui il pallone si spostava sulle fasce.
SIEBERT 4,6. L’incipit potrebbe essere lo stesso di Frosinone. Anche stavolta il tedesco viene additato come peggiore in campo dalla stampa locale e nazionale, sebbene — a giudizio di chi scrive — il suo compagno di reparto Tiago Gabriel abbia fatto pure peggio. È lui il protagonista in negativo in entrambi i gol subiti: prima con l’errore in disimpegno che regala palla al Genoa, seguito dalla dormita con cui si perde Ōšmajić in piena area di rigore; poi facendosi trovare clamorosamente fuori posizione sul break del raddoppio, dove sarebbe bastato arretrare di due metri per arrivare in tempo in scivolata su quel pallone. E lì sì che ha ragione Di Francesco: anche Siebert avrebbe potuto correre anziché passeggiare per toglierla tranquillamente dal sacco. Se è inappuntabile che la protezione offerta dal centrocampo alla retroguardia sia poca o nulla, non sono questi i centrali difensivi sbadati e quasi indolenti che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare.
Le pagelle definitive: la tabella con le medie voto finali in base ai giudizi della stampa locale e nazionale.

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Le pagelle definitive del Lecce, Serie A stagione 2026/2027
Venezia-Lecce 0-2
Lecce-Roma 0-4
Cagliari-Lecce 1-0
Lecce-Monza 3-2
Milan-Lecce 3-0
Lecce-Bologna 1-2
Udinese-Lecce 0-3
Lecce-Juventus 0-2
Frosinone-Lecce 5-1





