La media voto dei calciatori del Lecce in base alle Pagelle della stampa nazionale e locale, con le considerazioni della Penna Verde.

Dottor Jekill e Mister Hide: il Lecce dai due volti perde a Genova contro una squadra rabberciata ma che dal 60° si è buttata in avanti, dopo che i giallorossi hanno dominato e sprecato.

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con gli highlights di Genoa-Lecce 2-1

I voti della stampa, le considerazioni de La Penna Verde

Data la partita e in considerazione della libertà editoriale che ci contraddistingue, questa settimana il contenuto sarà un po’ diverso dal solito. Niente analisi sull’avversario anche perché, onestamente, non se la merita. I complimenti per la vittoria, quelli si, perché se una squadra in totale emergenza tra infortuni e squalifiche, messa sotto per un’ora di gioco esce fuori con quella grinta e quel carattere lanciando qualsiasi pallone gli capiti tra i piedi verso la porta avversaria così, come viene, tanto prima o poi qualcosa succede, e quel qualcosa succede poi veramente, allora i complimenti vanno fatti e anche sinceri. L’analisi tattica invece no, tanto sarebbe identica a quella già compilata all’andata, perché il Genoa di Gilardino gioca (gioca è già un parolone, va in campo diciamo…) sempre allo stesso modo, ovvero palla fai tu, preferibilmente sui piedi dei 2-3 giocatori più talentuosi come Gudmundsson, Malinovsky o Retegui.
Parimenti, stilare le pagelle per i singoli giocatori del Lecce oggi ci risulta impossibile. Nemmeno le classiche 24 ore di delay sono sufficienti, perché questa è una di quelle partite che non va fatte decantare, ma vanno proprio cancellate, rimosse dalla memoria. Del tifoso, ovviamente, che però oggi non ne vuole proprio sapere di farsi scalzare dallo scrittore razionale e così sia. Avere ammirato un Lecce stratosferico, dominante, luccicante da farsi stroppiciare gli occhi per movimenti senza palla, linee di passaggio, intensità del pressing, sovrapposizioni sulle fasce, capacità di saltare l’uomo e prevedere le mosse dell’avversario, è ancor più devastante se paragonato, in maniera inversamente proporzionale, alla delusione per il risultato. Che non è l’unica cosa che conta, ok, lo sappiamo, non siamo juventini. Ma a Genova era importante non perdere e, per buona parte della gara, sembrava impossibile che ciò accadesse. Il Genoa appariva morto e sepolto, poi è resuscitato, perché è una squadra di carattere (e poco altro, come detto) e perché il Lecce non le ha saputo dare il colpo di grazia quando ha potuto farlo. E le occasioni non sono state poche. A un certo punto della partita le gambe dei giallorossi hanno cominciato a tremare e con esse i pali della porta di Falcone, bombardato senza troppa precisione ma con l’agonismo di chi conosce bene l’importanza di buttarsi su ogni dannato pallone. E così è stato, perché il Genoa è stato padrone di ogni rimpallo, di ogni ribattuta, di ogni contrasto. E fa male dirlo, perché questo è avvenuto per circa un quarto d’ora, tra il 60° e l’75°, il tempo di fare due gol e tornare ad arare il terreno di Marassi con tacchetti pesanti come vanghe.
Come si fa, dunque, a dare un giudizio (perché i tanto i voti li mette la stampa, e quelli li trovate come sempre nella tabella in basso) a dei giocatori che sono stati perfetti e tonti nell’arco della stessa partita? Gli stessi giocatori che hanno dato una vera e propria lezione di calcio nel primo tempo e nella prima parte del secondo, sono poi gli stessi che si sono fatti mettere all’angolo da una squadra con più assenti che effettivi (in panchina Ekuban, due portieri, due neoacquisti fuori forma, Sabelli appena recuperato e che è entrato con una contrattura e ben 5 Primavera) e che proprio per questo avrebbe dovuto sentire la fatica, non avendo a disposizione chissà quali cambi. Invece Gilardino i cambi li fa (lasciamo stare i conigli dal cilindro in mezza rovesciata, anche quelli sono incommentabili), il Lecce aspetta. E, se li fa, li fa quando ormai l’inerzia della partita si è girata, quando non è questione di forze fresche ma di intensità, di mentalità, tutt’al più di ribaltamenti tattici che possano scalfire le certezze avversarie, ovvero quello che ha fatto Gilardino all’intervallo. E che il Lecce non fa mai.
Commentare questa partita è sconfortante quanto averla persa. Ci lascia in eredità la consapevolezza di avere delle qualità, di saperle mettere in campo, ma al tempo stesso di essere fragili come dei fuscelli, canne al vento. Eppure non troppo tempo fa quelli che facevano le rimonte eravamo noi, la stessa porzione di partita in cui ora il Lecce si scioglie era la “zona Lecce” che ha frantumato le certezze di squadre come Milan, Lazio o Fiorentina (nostra prossima avversaria al Via del Mare). E che ci faceva commentare: ma perché non si riesce a giocare tutta la partita come gli ultimi 20-30 minuti? Ora siamo all’opposto: lo strazio di questo sport è il non avere vie di mezzo, di vivere costantemente sulle montagne russe. Cosa si può dire oggi a questi ragazzi, come anche a tutti i tifosi, all’indomani di una sconfitta del genere? Coraggio. Si, forse solo questo.

Post Scriptum del giorno dopo: salutiamo l’ennesimo capitano, Strefezza, senza pianti o squilli di trombe. Giusto così, da una parte, “senza idoli, senza bandiere” canta la Curva Nord. Dall’altra però esistono anche altri valori (rispetto, riconoscenza, dignità): non ci permettiamo di giudicare da fuori perché non conosciamo la realtà interna dei fatti. Quello che arriva, però, la narrazione o come dicono quelli bravi “lo storytelling” è un comunicato freddo, glaciale, seguito da un post su Instagram dove almeno c’è stato lo sforzo di fare una grafichetta e una scritta: “Portaci nel cuore”. Mancherebbe un “nonostante tutto”, perché la narrazione – appunto – ci racconta di un giocatore che è stato protagonista nelle ultime due stagioni, tanto da guadagnarsi i galloni da capitano, messo all’angolo all’improvviso, dopo che anche quest’anno si era sacrificato – e bene – nel ruolo di falso nove quando a inizio campionato di numeri nove ancora non ne avevamo. Dopodiché le panchine, gli ingressi a tempo scaduto, i silenzi, da una parte e dall’altra. Chissà quali sfoghi avrebbe voluto fare, invece mai una parola fuori posto e questo va apprezzato. Ribadiamo, non conosciamo fino in fondo la questione e non ci possiamo permettere di giudicare se non quello che arriva fuori. E fuori arriva l’ennesimo addio agrodolce, come fu ad esempio per Mancosu, in una società in cui l’attaccamento e l’identificazione dovrebbe essere in cima alla scala dei valori, ma che poi nel momento dei saluti sembra sempre mettere tutto in ghiaccio, come se nulla ci fosse stato.
Dei silenzi o, peggio, dei non detti, che invece parlano troppo e ad alta voce, poiché ogni tifoso poi va a riempire quei vuoti con i propri pensieri, giusti o sbagliati che siano, aderenti alla realtà o meno. L’Unione Sportiva Lecce, si sa, ha per vocazione le porte scorrevoli: in plusvalenza stat virtus, e ok. Ma, proprio in considerazione di questo, fare in modo che – anche dal punto di vista della comunicazione, per non dire umano – arrivi e partenze siano sempre vissuti col sorriso sulle labbra e non come traumi, non dovrebbe essere considerato un dettaglio.

Genoa Lecce 2-1 Krstovic Retegui Ekuban Falcone Almqvist SerieA 2024 ultras Spagnolo

Le pagelle definitive: la tabella con le medie voto finali
in base ai giudizi della stampa locale e nazionale.

Clicca per ingrandire la tabella delle pagelle definitive (in grassetto i migliori e peggiori per ciascuna testata)


Serie A 2023/24: le pagelle definitive del Lecce

Lecce-Lazio 2-1
Fiorentina-Lecce 2-2
Lecce-Salernitana 2-0
Monza-Lecce 1-1
Lecce-Genoa 1-0
Juventus-Lecce 1-0
Lecce-Napoli 0-4
Lecce-Sassuolo 1-1
Udinese-Lecce 1-1
Lecce-Torino 0-1
Roma-Lecce 2-1
Lecce-Milan 2-2

Verona-Lecce 2-2
Lecce-Bologna 1-1
Empoli-Lecce 1-1
Lecce-Frosinone 2-1
Inter-Lecce 2-0
Atalanta-Lecce 1-0
Lecce-Cagliari 1-1
Lazio-Lecce 1-0
Lecce-Juventus 0-3